Una considerazione iniziale

Non utilizzo il vocabolo «paziente», ancorché di uso comune, non mi piace avere «pazienti», penso di avere di fronte donne e uomini che vogliono affrontare un disagio, ritrovare serenità, capire cosa accade loro.

Jung diceva: «il terapeuta deve rinunciare a tutte le sue tecniche, a tutti i suoi presupposti limitandosi a un procedimento pienamente dialettico e cioè a un atteggiamento che eviti qualunque metodo» per concentrarsi sulla persona che si ha davanti. 

Le persone portano un bisogno, una sofferenza, un sintomo – sia esso vissuto come solo psichico o somatico o psicosomatico – è certamente spiacevole, non desiderato, non gradito, da eliminare rapidamente.

Eppure talvolta, o spesso, dovremmo essere grati al sintomo: senza di esso non affronteremmo mai un problema che resterebbe latente con intatta la possibilità di inquinare la psiche, il nostro vissuto e i nostri comportamenti.

Il percorso psicologico, l’analisi di sé, non porta dalla malattia alla guarigione – come inizialmente si può pensare – bensì porta alla conoscenza di sé e ci permette di vivere consapevolmente e di avviare una trasformazione positiva di sé.

Con le persone che incontro la prima volta mi capita di utilizzare l’immagine del percorso di Dante, che parte dall’Inferno per arrivare al Paradiso, ove lo psicologo, al più, può impegnarsi per essere il miglior Virgilio possibile e aiutare Dante quando esita e vuole tornare indietro, o ha paura.

Facilmente, durante il percorso alla scoperta di sé, si attraversano momenti nei quali la voglia di interrompere, fuggire, non voler più sapere, si fa sentire.

È allora che dobbiamo proseguire.

È allora che possiamo «trasformare» la nostra vita.

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